Vanity Fair celebra la Iulia Barton

Piccoli passi che stanno rapidamente costruendo un tipo di rappresentazione del corpo inclusiva attraverso sfilate, riviste di moda, collezioni e campagne pubblicitarie. Se nel mondo anglosassone si vedono i primi risultati di queste rivoluzioni estetiche in cui franano lentamente alcuni canoni considerati non più così granitici, in Italia il dibattito sembra piuttosto fermo. Se infatti escludiamo il caso di Bebe Vio, presenza fissa agli eventi e ambasciatrice della Maison Dior, disegnata da Maria Grazia Chiuri, oppure quello della aspirante Miss Italia Chiara Bordi che si è candidata al titolo di reginetta di bellezza nonostante la gamba amputata, il vento del cambiamento sembra soffiare con meno intensità anche a giudicare l’impegno delle maggiori case di moda.

Grazie all’agenzia di modelle con disabilità Iulia Barton e alla Fondazione Vertical, il made in Italy è diventato inclusivo con l’obiettivo di raccogliere fondi per la ricerca sulle lesioni midollari. Negli ultimi anni Milano e Roma hanno ospitato diversi appuntamenti nel calendario della fashion week meneghina e di AltaRoma in cui indossatrici con protesi o su carrozzinahanno indossato abiti sartoriali disegnati da stilisti come Antonio Urzi, Angelo Cruciani e Renato Balestra. Allo show dello scorso febbraio a Milano, patrocinato dalla Camera Nazionale della Moda, la Iulia Barton ha portato in pedana la modella e attrice Tiphany Adams, paraplegica a causa di un incidente automobilistico, e Shaholly Ayers, nata senza il braccio destro da gomito in giù. La loro missione è quella di usare la popolarità per cambiare la percezione della disabilità.

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